Roberto Tagliazucchi

Stampa

Pubblicazioni, rassegna stampa e testi critici che documentano il percorso artistico.

Archivio di pubblicazioni, articoli e contributi critici.

Pubblicazioni

Scorri orizzontalmente oppure usa le frecce.

Cataloghi ufficiali

Cataloghi di manifestazioni artistiche, musei e istituzioni pubbliche. Clicca su una copertina per sfogliare il catalogo.

Rassegna stampa

Clicca su un articolo per ingrandirlo.

Testi critici

Sintesi redazionali per una lettura rapida; testi e fonti consultabili aprendo ciascuna scheda. Le traduzioni sono distinte dagli originali.

1984

Bernadette Boustany

Conservatrice
Musée de Saint-Maur

La scultura tra purezza e opposizione

L’opera di Tagliazucchi non può essere nettamente circoscritta né definita. Al massimo si può tentare di avvicinarsi alla sua scultura attraverso contrasti e forze che sembrano opporsi.

«Non c’è monotonia e non c’è silenzio della materia.»

Traduzione italiana dal francese. Fonte: Testo per il catalogo della mostra, Musée de Saint-Maur, 1984.

Leggi la traduzione italiana e il testo originale francese
Traduzione italiana integrale

L’opera di Tagliazucchi non si lascia circoscrivere. Non si lascia definire. Tutt’al più, è attraverso un insieme di contrasti e il ricorso a forze e tecniche contrapposte che si può tentare di avvicinarsi alla sua scultura.

È anzitutto il sottile gioco che si instaura tra una scelta di purezza, di semplicità, e una ferma volontà di rompere con un trattamento troppo accademico e «armonioso» della materia a colpire lo sguardo e a suscitare interesse.

La purezza essenziale dello stile di Tagliazucchi risiede tanto nelle forme essenziali che utilizza quanto nell’estrema cura che dedica alla lavorazione del marmo, il suo materiale prediletto, spesso scelto bianco e sottoposto a un lungo lavoro di levigatura che lo rende perfettamente liscio e traslucido sotto l’effetto della luce.

Liscia al tatto, neutra nei colori e raccolta nelle forme, questa scultura non rimane tuttavia muta e insignificante. Nessuna monotonia, nessun silenzio della materia.

Tagliazucchi, pur mantenendo discrezione e sobrietà, sa far parlare la pietra e metterla in movimento, senza limitare l’opera a se stessa, ma integrandola sempre nell’ambiente che la circonda. «Giochi di bambini» e «Il Menestrello» non acquistano forse tutto il loro significato nello spazio in cui si sviluppano?

L’armonia lineare delle sue opere è sempre ravvivata, animata, dinamizzata da una frattura che forma un angolo — «Maternità» —, da un’incavatura o da un colpo di scalpello — «Il segno greco», «Il giocatore di rugby» — che rompono il silenzio di concezioni molto uniformi.

In Tagliazucchi, la morbidezza non sfocia nell’informe e la serenità della sua scultura non è mai segno di una banale beatitudine. Al contrario, nonostante il suo rapporto estremamente delicato con la materia, egli sa conferirle vita e movimento intensi.

Conosce anche i segreti per realizzare una scultura potentemente sensuale che, pur essendo dolce e tranquilla, è nondimeno animata da un ritmo profondo e marcato — «La danzatrice».

I contrasti presenti nell’insieme della sua opera riflettono un universo interiore in pieno fermento e un desiderio tenace di comunicazione.

Senza essere veramente figurativa, la sua scultura non è neppure puramente astratta. Pur rifiutando un’arte dell’assurdo e del non-senso, è persino impossibile affermare che Tagliazucchi si collochi nella tradizione di un certo classicismo.

Egli sfugge tuttavia alla volontà di diffondere una concezione semplicemente «estetica» dell’arte e cerca di raggiungere un livello di significato meno immediato.

Egli stesso afferma che poco gli importa imporre un messaggio preciso o dimostrare le proprie verità, nella misura in cui provoca il suo pubblico suscitando una messa in discussione dei valori consolidati.

In definitiva, l’arte di Tagliazucchi non può essere definita da un punto di vista puramente intellettuale, ma richiede, per essere percepita in tutta la sua ricchezza, un coinvolgimento totale, tanto cerebrale quanto sensibile.

Bernadette BoustanyConservatrice, Musée de Saint-Maur — 1984

Testo originale francese — trascrizione dal documento fornito

ESPOSIZIONE MUSEO DI ST-MAUR - 1984

L'œuvre de Tagliazucchi ne se cerne pas. Elle ne se définit pas. Au mieux, est-ce par un ensemble de contrastes et le recours à des forces et techniques qui s'opposent que l'on peut tenter d'approcher sa sculpture. C'est d'abord le jeu subtil qui s'élabore entre un parti pris de pureté, de simplicité, et une volonté ferme de rompre avec un traitement trop académique et "harmonieux" de la matière qui frappe l'œil et éveille l'intérêt. La pureté essentielle du style de Tagliazucchi tient aux formes dépouillées qu'il emploie autant qu'à l'extrême soin qu'il apporte au traitement du marbre, son matériau de prédilection, souvent choisi blanc et faisant l'objet d'un grand travail de ponçage qui le rend parfaitement lisse et translucide sous l'effet de la lumière. Lisse au toucher, neutre dans ses couleurs et ramassée de forme, cette sculpture ne reste pas pour autant muette et insignifiante. Pas de monotonie, pas de silence de la matière. Tagliazucchi, en restant discret et sobre, sait faire parler la pierre et la mettre en mouvement, ne limitant pas l'œuvre à elle-même mais en l'intégrant toujours dans son environnement. "Le jeu d'enfant" et "La Ménestrel" ne prennent-ils pas tout leur sens dans l'espace dans lequel ils s'épanouissent ? L'harmonie linéaire de ses œuvres est toujours vivifiée, animée, dynamisée par une cassure formant un angle - "La maternité" - une échancrure ou un coup de burin - "Le signe grec", "Le joueur de rugby" -qui rompent le silence de conceptions très uniformes. Chez Tagliazucchi, la souplesse n'aboutit pas à l'informe et la sérénité de sa sculpture n'est jamais signe de fade béatitude. Au contraire, en dépit de son rapport tout en finesse avec la matière, il sait lui donner vie et mouvement intenses. Il connaît aussi les secrets pour réaliser une sculpture puissamment sexuelle qui, pour être douce et tranquille, n'en est pas moins animée d'un rythme profond et marqué - "La danseuse". Les contrastes dans l'ensemble de cette oeuvre reflètent un univers intérieur en pleine effervescence et un désir farouche de communication. Sans être vraiment figurative, sa sculpture n'est pas non plus purement abstraite. En refusant un art de l'absurde et du non-sens, il est même impossible de dire que Tagliazucchi est dans la lignée d'un certain classicisme. Il échappe pourtant à la volonté de diffuser une conception simplement "esthétique" de l'art et essaye d'atteindre un niveau de signification moins immédiat. Il dit lui-même qu'il lui importe peu d'imposer un message précis ou de démontrer ses propres vérités, dans la mesure où il provoque son public en suscitant une mise en question des valeurs établies. En somme, l'art de Tagliazucchi ne peut se définir d'un simple point de vue intellectuel mais requiert, pour être perçu dans toute sa richesse, un investissement total, tant cérébral que sensible.

Bernadette BOUSTANY, Conservateur du Musée de Saint-Maur

1984

Thierry Chabanne

Professore di Storia dell’arte
École Nationale Supérieure
des Arts Décoratifs, Parigi

Materia, spazio e rifiuto del “carino”

Al di fuori delle mode ma attento alle conquiste del proprio tempo, Tagliazucchi rifiuta il semplice decorativismo e affronta materia e spazio senza soluzioni prestabilite.

«Nella pittura cerco; nella scultura trovo.»

Traduzione italiana dal francese. Fonte: Testo per il catalogo della mostra, Musée de Saint-Maur, maggio 1984.

Leggi la traduzione italiana e il testo originale francese
Traduzione italiana integrale dal testo francese

Lontano dalle mode, ma sempre curioso delle conquiste della nostra epoca, Roberto Tagliazucchi rivendica per l’arte grandi propositi che coniugano espressione e comunicazione. «Cerco di evitare il carino». Roberto usa spesso questo termine per sottolinearne il significato peggiorativo, legato a ciò che è inessenziale e superficiale. Nei suoi dipinti come nelle sue sculture non è raro che un elemento perturbatore venga a spezzare l’eleganza naturale che questo «signore» sa esprimere attraverso la linea o il volume.

Non stupitevi di quei colpi di scalpello che vengono a turbare l’andamento voluttuoso del marmo bianco accarezzato dalla luce: Roberto non vuole «solleticare i sensi» né concedere uno spazio eccessivo all’«estetica». La scultura a taglio diretto, attività che consiste nel togliere per portare alla luce, offre allo scultore la possibilità di scoprire con le mani ciò che il suo sguardo gli aveva già fatto incontrare, «come se trovassi, in questo o quel blocco, una mia scultura prima ancora di averla lavorata».

L’occhio è lo strumento privilegiato di questo incontro, per cui «alcuni blocchi non mi dicono nulla e altri mi attirano irresistibilmente». Roberto parla allora di comunione con un materiale che lo aveva affascinato fin dall’infanzia a Carrara. «Quello che so è che bisogna amare la materia, altrimenti ti tradisce». L’arte consisterà nell’ammansire la massa grezza fino alla levigatura finale, senza sottrarle la presenza del materiale vivo.

Parodiando un celebre pittore, Roberto esclamò un giorno: «Nella pittura cerco, nella scultura trovo», frase curiosa e paradossale, poiché si afferma spesso che sia più difficile ottenere un risultato bello e riuscito con la scultura che con la pittura. Quest’ultima richiede, è vero, uno sforzo incessante, soprattutto se si allontanano dal proprio cammino le seduzioni del carino e non ci si pone come obiettivo obbligato quello di lusingare l’occhio di chi guarda.

Bisogna infatti sapere che Roberto non lavora con una gamma cromatica sulle ginocchia e un manuale di storia dell’arte in mano. No, le sue decisioni, sebbene evidentemente non siano irrazionali, non fanno che alimentare continuamente il confronto con la superficie bianca, senza offrirgli certezze a priori.

Entriamo discretamente nell’atelier, dove si svolgono storie davvero curiose. Il pittore traccia una linea, poi comincia a riempire una superficie. Il resto della tela vergine reclama a sua volta il colore. Quale scegliere? Roberto lo domanda al pittore, che non gli risponde e lo mette in grande imbarazzo. Allora stende del verde, ispessisce la linea arancione con una colata di blu, ed è lo scontro fra gli elementi dell’universo dipinto che lo costringe a ricominciare tutto, irritando il pittore fino alla successiva tregua.

Ecco fatto, lo spazio si è aperto, verso l’alto, sempre. Se le linee partono da qualche parte, non hanno un suolo; non sono né alberi né rami. Forse è proprio questo spazio aperto ma ancorato, questi effetti di profondità continuamente ricondotti alla superficie da qualche deposito di materia, che il pittore ricerca.

Non è facile, davanti a una tela posta verticalmente, evitare gli slanci verso l’alto mentre si cerca di suggerire una sorta di apertura dello spazio, un campo dai limiti presenti ma dagli effetti aleatori, sempre sfuggenti. «Non cerco né l’aneddoto né la forma direttamente evocativa», dice il pittore. Infatti, non cercate di riconoscere qualcosa di già visto e, se vedete del cielo in quel blu o del fuoco in quell’arancione, siete liberi di farlo. Potrebbe però trattarsi soltanto di accostamenti fortuiti.

Per lui dipingere non significa ricoprire di pittura, né disegnare con il colore. Eppure conosciamo la sua destrezza e la sua acutezza nel cogliere la vitalità di una linea, la bellezza di un corpo o il ritmo di un oggetto. No, dipingere significa godere del colore nell’istante, perché ogni nuova pennellata instaura immediatamente nuovi rapporti fra un colore e l’altro e fra questo insieme e colui che lo organizza.

Più che mai, per quest’uomo che non vuole perdere nulla, realizzare una tela significa anche migliorare quella successiva. Roberto è un giovane pittore che sa già molto. È questa la difficoltà da superare quando non si fanno concessioni al già visto, al già saputo.

Thierry ChabanneParigi — maggio 1984

Testo originale francese — trascrizione dal documento fornito

A l'écart des modes mais toujours curieux des acquis de notre époque, Roberto Tagliazucchi revendique pour l'art de grands desseins conjuguant expression et communication. " J'essaie d'éviter le joli " Roberto emploie souvent ce terme pour en relever le côté péjoratif lié à l'inessentiel, au superficiel. Dans ses peintures comme dans ses sculptures, il n'est pas rare qu'un élément perturbateur vienne disloquer l'élégance naturelle que ce "-signore-" sait transcrire par la ligne ou le volume.Ne soyez pas étonné par ces coups de burin venant irriter la chute voluptueuse du marbre blanccaressé par la lumière ; Roberto ne veut pas "chatouiller les sens" ni donner une trop large part à "l'esthétique". La taille directe, activité consistant à ôter pour mettre à jour, donne au sculpteur la possibilité de découvrir par les mains ce que son regard lui avait déjà fait rencontrer, "comme si je trouvais, dans tel ou tel bloc, une sculpture à moi avant que je l'ai travaillée". L'oeil est l'instrument privilégié de cette rencontre qui fait que "des blocs ne me disent rien et que d'autres m'attirent irrésistiblement". Roberto parle alors de communion avec un matériau qui l'avait séduit dès son enfance à Carrare. ".. Ce que je sais, c'est qu'il faut aimer la matière sinon elle te trahit". L'art consistera à amadouer la masse brute jusqu'au ponçage final sans lui retirer la présence du matériau vivant. Parodiant un peintre célèbre, Roberto s'exclama un jour "Dans la peinture je cherche, dans la sculpture je trouve", phrase curieuse et paradoxale car on affirme souvent qu'il est plus difficile d'obtenir un bel et bon effet avec la sculpture qu'avec la peinture. Cette dernière demande, il est vrai, un effort incessant, surtout si l'on écarte de son chemin les séductions du joli et que l'on ne se fixe pas comme but obligé de flatter l' oeil de celui qui regarde. Il faut savoir en effet que Roberto ne travaille pas une gamme chromatique sur les genoux et un manuel d'histoire de l'art dans la main. Non, ses décisions, si elles ne sont évidemment pas irrationnelles, ne font qu'argumenter sans cesse la confrontation avec la surface blanche sans lui fournir de certitudes à priori. Entrons discrètement dans l'atelier où se déroulent de bien curieuses histoires. Le peintre trace une ligne puis commence à remplir une surface. Le reste de toile vierge appelle à son tour la couleur. Laquelle choisir ? Roberto demande au peintre qui ne lui répond pas et l'embarrasse bien. Alors, il étale du vert épaissit la ligne orange d'une coulée de bleu et c'est le choc entre les éléments de l'univers peint qui fait tout reprendre, énerve le peintre jusqu'à la prochaine accalmie. Ç'a y est, l'espace est ouvert, vers le haut, toujours. Si les lignes partent de quelque part elles n'ont pas de sol, ce ne sont ni des arbres ni des branches. C'est peut- être cet espace ouvert mais ancré, ces effets de profondeur toujours ramenés à la Surface par quelque dépôt de matière que le peintre recherche. Il n'est pas facile, face à une toile posée verticalement, d'éviter les envolées tout en cherchant à suggérer une sorte d'ouverture de l'espace, un champ aux limites présentes mais aux effets aléatoires, toujours fuyants. " Je ne recherche ni l'anecdote ni la forme directement suggestive " dit le peintre. En effet, ne cherchez pas à reconnaître du déjà vu et si vous voyez du ciel dans ce bleu ou du feu dans cet orangé, libre a vous Il se pourrait bien cependant que ce ne soient là que des rapprochements fortuits. Pour lui, peindre. ce n'est pas mettre en peinture, ce n'est pas non plus dessiner avec de la couleur. Nous savons pourtant sa dextérité et son acuité à saisir le vif d'une ligne, la beauté d'un corps ou le rythme d'un objet. Non, peindre c'est jouir de la couleur dans l'instant parce que chaque nouveau coup de pinceau instaure aussitôt de nouveaux rapports d'une couleur à une autre et de cet ensemble à celui qui l'organise. Plus que jamais, chez cet homme qui ne veut rien perdre, faire une toile c'est aussi améliorer la suivante. Roberto est un jeune peintre qui sait déjà beaucoup. Telle est la difficulté à surmonter lorsque l'on ne fait pas de concessions au déjà vu, au déjà su.

Paris, Mai 1984 THIERRY CHABANNE Prof. D' Histoire de l'Art ÉCOLE NATIONAL SUPÉRIEUR DES ARTS DÉCORATIVE PARIS

1984

Laurent Chemtob

Critico d’arte
Villages — Île-de-France

Un linguaggio personale e contemporaneo

L’opera di Tagliazucchi attrae, risveglia e rinnova. La sua semplicità, il rigore tecnico e l’umanità stabiliscono un rapporto diretto tra artista e spettatore.

«Umile e misurata, la sua arte non è né monotona né impersonale.»

Fonte: Villages, 1984.

Leggi il testo

L’opera di Tagliazucchi attrae, risveglia, scuote e rinnova. Umile e misurata, la sua arte — pittura o scultura — non è né monotona né impersonale.

La semplicità delle sue concezioni, un certo classicismo della linea e la purezza dell’esecuzione sono le garanzie più sicure di una comunicazione autentica e profonda tra l’artista e il suo pubblico.

Ciò che i visitatori hanno visto al Musée d’Art Moderne de Saint-Maur durante la mostra a lui dedicata dimostra la sua volontà di creare un’arte personale e contemporanea, ricca insieme di rigore e indipendenza.

Un’arte per tutti? Certamente. Ma non è un’arte ordinaria. La qualità tecnica del suo lavoro, la ricchezza dell’ispirazione e la sua profonda umanità assicurano a Tagliazucchi un posto importante tra gli artisti contemporanei.

Laurent ChemtobCritico d’arte, Villages — 1984

1986

Aldo Fetonte

Direttore
Mondo Mediterraneo

Frammenti di viaggio

Una testimonianza sul ritorno di Tagliazucchi a Carrara dopo il riconoscimento ottenuto in Francia, che ricollega l’esperienza parigina alla materia e alla cultura del marmo.

Fonte: Prefazione a «Frammenti di viaggio», 1986.

Leggi il testo

Questo cognome — già conosciuto anche in luoghi lontani grazie alla sorprendente abilità del padre — ritorna oggi a noi quasi come l’eco del successo ottenuto a Parigi dal figlio.

Quanto segue offre una viva testimonianza di autorevoli estimatori e critici conquistati dalla qualità del lavoro di Tagliazucchi fin dal suo apparire.

Qui possiamo presentarne soltanto una scelta limitata; tuttavia i dipinti e le sculture esposti al Musée Villa Médicis, non lontano dalle rive della Senna dove ha cominciato a brillare la luce di tanti illustri artisti, consentono già di intravedere il futuro del nostro concittadino.

Accogliamolo come un figliol prodigo che, speriamo, ci mostrerà presto non soltanto gli acrilici che presenta oggi, ma anche il nostro marmo che, come scrive Chabanne, egli ha «accarezzato» durante il processo creativo.

Per noi quella carezza porterà anche la dolce malinconia della nostalgia.

Aldo FetontePrefazione a «Frammenti di viaggio» — 1986

1988

Pierre Brisset

Critico d’arte
L’Œil

Tre artisti in uno

Scultura, pittura e disegno appaiono inizialmente come tre linguaggi distinti; Brisset riconosce però sotto questa diversità una presenza espressiva e spirituale comune.

«Nel suo estremo rigore suggerisce molto più di quanto imponga.»

Traduzione italiana dal francese. Fonte: Rivista «L’Œil», 1988.

Leggi la traduzione italiana e il testo originale francese
Traduzione italiana integrale

Piuttosto sconcertante l’opera di questo artista che, per tutto curriculum vitae, si limita a fornirci: «cognome: Tagliazucchi; nome: Roberto; professione: scultore; studi: Belle Arti; nato nel 1939… ancora vivo» (sic). Eppure, ancora ben vivo, in effetti, dipinge tanto quanto scolpisce e disegna tanto quanto dipinge. Infatti, benché nato a Carrara, luogo per eccellenza delle cave di marmo bianco dove, fin dalla più remota Antichità, costruttori e scultori vengono a rifornirsi, Tagliazucchi, attratto fin dall’infanzia dal disegno e dalla pittura, si è curiosamente interessato alla scultura soltanto da poco meno di una decina d’anni…

Un’opera certamente sconcertante perché, se la sua pittura e la sua scultura sono entrambe totalmente astratte, non presentano tuttavia alcuna parentela tra loro, né con il suo disegno, quanto mai figurativo e di fattura molto classica.

Tre artisti dunque, assai diversi l’uno dall’altro, riuniti in una sola persona; e tre artisti di valore, dei quali non si sa bene quale preferire.

Anzitutto lo scultore, la cui opera ancora giovanissima potrebbe naturalmente ricordare alcuni grandi predecessori, come Brancusi o Gilioli; ma al diavolo questa mania di voler sempre confrontare un’opera di oggi con quelle del passato!

La scultura di Tagliazucchi, salvo qualche rara eccezione, è ricavata direttamente dalla massa dei marmi di Carrara, privi di qualsiasi impurità, lisci, traslucidi, luminosi, dagli angoli arrotondati, teneri e dolci, sensuali dopo una lunga, paziente e delicata levigatura. Nel suo estremo rigore formale suggerisce molto più di quanto imponga e, se non avesse dato a due delle sue opere i titoli «Giochi di bambini» e «Danzatrice», nella prima non avremmo visto altro che un alto portico aperto sull’infinito e nella seconda una sorta di totem ieratico…

Un’eccezione è il suo «Cristo in croce», un bozzetto in bronzo del 1986 destinato a una nuova chiesa della regione parigina: commovente, sublime, ammirevole nella semplicità e nella nudità delle linee. Finalmente una grande arte sacra moderna che, ci auguriamo, troverà il posto che le spetta a Notre-Dame de l’Arche d’Alliance, nella Z.A.C. di Alleray!

Lo spazio manca, purtroppo, per parlare come meriterebbe della sua pittura, dai colori degli affreschi; dai colori delle vetrate quando declina il giorno, oppure dai colori della campagna, con i suoi verdi acidi, i gialli bruciati dal sole, i rossi trionfanti; pittura del gesto, pittura mistica, vicina al suo Cristo di Alleray… «Lei è credente?» «Sì, credo profondamente.»

«Nessuna parentela tra loro», la scultura e la pittura di Tagliazucchi? Eppure, al di là della costruzione, della forma e della forza espressiva, vi è in questo fervente cattolico una presenza spirituale che conferisce all’insieme della sua opera un’unità che, a prima vista, non avremmo mai sospettato.

Pierre BrissetL’Œil — 1988

Testo originale francese — trascrizione dal documento fornito

Assez déroutante l’œuvre de cet artiste qui, pour tout curriculum vitae, se borne à nous donner ses "nom ; Tagliazucchi ; prénom : Roberto ; profession : sculpteur ; études : beaux-arts ; né en 1939... toujours vivant" (sic), alors que, toujours bien vivant, en effet, il peint autant qu'il sculpte et dessine autant qu'il peint car, bien que né à Carrare, le haut lieu des carrières de marbre blanc où depuis la plus haute Antiquité viennent s'"approvisionner" bâtisseurs et sculpteurs, Tagliazucchi, attiré par le dessin et la peinture dès l’enfance, ne s'est curieusement intéressé à la sculpture qu'il y a une toute petite dizaine d'années...

Une oeuvre déroutante assurément car, si sa peinture comme sa sculpture sont totalement abstraites, elles n'ont en revanche aucune parenté entre elles, pas davantage que le dessin on ne peut plus figuratif et d'une facture très classique.

Trois artistes donc, bien différents l'un de l'autre en un seul, et trois bons et beaux artistes dont on ne sait trop lequel préférer,

Le sculpteur d'abord, dont l’œuvre encore toute jeunette pourrait bien sûr rappeler certains de ses grands aînés tels un Brancusi ou un Gilioli, mais au diable cette manie de toujours vouloir confronter une œuvre d'aujourd'hui avec celles du passé ! La sculpture de Tagliazucchi, à quelques rares réserves près, taillée dans la masse des marbres de Carrare, vierge de toute impureté, lisse, translucide, lumineuse, aux angles arrondis, tendre et douce, sensuelle après un long, patient et subtil ponçage, suggère dans son extrême dépouillement bien plus qu'elle n'impose et, s'il n'avait donné pour titre à deux de ses œuvres Jeu d'enfants et Danseuse, nous n'aurions rien vu d'autre dans la première qu'un haut portique ouvrant sur l'infini et dans la seconde une sorte de totem hiératique...

Une exception, son Christ en croix, un bronze-maquette de 1986 pour une nouvelle église de la région parisienne, émouvant, sublime, admirable dans la simplicité, la nudité des lignes. Enfin du grand

art sacré moderne qui, souhaitons-le, trouvera sa juste place à "Notre-dame de l'Arche d'Alliance" de la Z.A.C. d'Aleray !

La place manque, hélas, pour parler comme elle le mériterait de sa peinture couleur de fresques; couleur de vitrail à l'heure où décline le jour, ou couleur de campagne aux verts acides, aux jaunes brûlés par le soleil, aux rouges triomphants ; peinture du geste, peinture mystique proche de son Christ d'Aleray..."Vous êtes croyant ?" "Oui, je crois profondément ".

"Aucune parenté entre elles", la sculpture et la peinture de Tagliazucchi ? Car, au-delà de la construction, la forme et la force d'expression, il y a chez ce catholique fervent une présence spirituelle qui confère à l'ensemble de son oeuvre une unité que, de prime abord, nous n'aurions jamais soupçonnée

Pierre BRISSET - Critique d'Art

"L'OEIL" 1988

1998

Giovanna Riu

Critico d’arte
Orangerie du Château
de Sucy-en-Brie

La bellezza della contraddizione

Riu individua il carattere spaziale distintivo della scultura di Tagliazucchi: un oggetto senza un punto di vista privilegiato, nel quale luce, spazio e forma restano continuamente dinamici.

«L’opera non ha un punto di vista privilegiato, ma offre una molteplicità di aspetti.»

Testo originale in italiano. Fonte: Testo critico per la mostra all’Orangerie du Château de Sucy-en-Brie, gennaio 1998.

Leggi il testo originale integrale (italiano)

Vi sono due modi diversi, ma ugualmente importanti, per accostarsi alle opere di un artista. Quello storico-biografico, lo delinea nel percorso culturale, sociale, ambientale ed, in senso più ampio indaga sulle sue relazioni con le correnti artistiche del suo tempo. L’altro concentra la propria riflessione, su l'oggetto d'arte, su quell’arte, la sua, che attraverso una serie d’invenzioni formali, porta a discutere sul significato universale d’arte. La contaminazione tra l'una e l’altra è difficilmente evitabile, cosi che, spesso, diventa abitudine ridurre l'opera agli elementi psicologici dell'artista. Si distoglie l'attenzione dall'opera che, invece, esiste per se stessa, travalica la storia e la vita dell'autore, il quale, dando forma ad un nucleo misterioso - sogno, archetipo - illusione di potenza - ha fatto il massimo in suo potere e, come strumento della sua opera, ha esaurito il suo estremo narcisismo. Se un punto di contatto esiste tra i due modi è da ricercarsi nel significato universale che l’oggetto, quando è arte, possiede; stabilisce quella rara “necessità” comunicativa, quel passaggio di senso che la rende riconoscibile, lo rende godibile agli altri, ai modelli culturali del momento storico in cui l’artista vive. Senso e significato, in ogni modo non cristallizzato, mai definito. Lo scultore Roberto Tagliazucchi nelle sue rare dichiarazioni d’estetica può citare Cubismo e Futurismo, scomposizione e simultaneità, può eleggere Brancusi totem della scultura contemporanea, può, ancora, ammirare l’essenzialità tematica di Moore, ma non riuscirà, compiutamente, per fortuna, a giustificare la sua totale mancanza d’omologazione con tendenze, modelli, autori, regole accademiche. La sua “scienza” speciale gli permette di dinamizzare spazi, assorbire e rimandare luce, uscire ed entrare liberamente dall’oggetto. L’opera non ha, così, una veduta preminente, ne ha tante e ciascuna è quella “giusta” nel momento in cui la si osserva. L’artista può ancora raccontare la sua poesia attraverso le metafore, i miti e le passioni che lo agitano: è un uomo di un tempo fragile, in lotta con la materia, in un tempo di fine secolo, non placato, dove, tra macerie reali, tenta di rendere visibile a se stesso ciò che fugge, tenta l’impresa visionaria del viaggio dal reale al possibile. Il suo “umanesimo” diventa figura la cui forma trattiene qualcosa della molteplicità di ciò che per convenzione si chiama storia, realtà, ambiente. Difficile per chi è già metamorfosi. Il bisogno di narrazione e di “letteratura” che chiediamo all’arte non riusciranno mai a farci possedere per intero il paradiso perduto o ritrovato di “SOGNANDO”, il vitalismo di “NATHALIE”, la rispondenza ancestrale del “JOUEUR DE FLUTE”, l’ostinata determinatezza di “DAVID” Però, forma e idea, le due anime indissolubili dell’arte hanno trovato la loro empatia. In questa mostra il cui “attraversamento” porta ad un’anima prevalentemente mediterranea, “l’archetipo della terra” e “l’archetipo del cielo” sono gli interpreti obbligati, l’uno con la sensualità, la fisicità, lo smembramento, la frantumazione, l’altro con il siderale, l’assoluto, il bisogno d’infinito. Tra di loro ci sta Eros, ci sta l’arte e la sapienza di Roberto Tagliazucchi che ha reso possibile la “bellezza” della contraddizione:

Gennaio’98 Giovanna Riu

2001

Ferruccio Battolini

Critico d’arte

Scolpire con amore e consapevolezza

Battolini legge la scultura di Tagliazucchi attraverso la tensione intellettuale, la disciplina costruttiva, l’armonia e un sentimento dello spazio profondamente radicato.

«Cercare l’armonia, per Tagliazucchi, significa recuperare una poetica della proporzione a propria misura.»

Testo originale in italiano. Fonte: Testo per il libro dedicato all’opera di Roberto Tagliazucchi, febbraio 2001.

Leggi il testo originale integrale (italiano)

Guardare davvero (per salvarle nella nostra memoria visiva) le modulazioni innumeri della scultura di Roberto Tagliazucchi significa comprendere anzitutto l'ansia intellettiva che ad esse presiede, la cultura dell'umano, le determinazioni costruttive più ardue e nel frattempo calibrate che governano la sua forte e significativa arditezza plastica. Ha ragione Stefano Lanzardo quando definisce, nel titolo della sua indagine fotografica, il viaggio all'interno dell'opera di Tagliazucchi una sorta di ricerca delle impronte di un'emozione. Certo, si tratta d'emozioni connaturate alla sua indubbia manualità plastica, in grado di renderci partecipi sempre, in modo diretto e tangibile, di valori da lui individuati nelle forme, scelte con pazienza e passione. Possiamo anche parlare di un'emozione dinamica, nel senso che il nostro artista non si arresta dinanzi ad alcuna difficoltà che può presentare la materia quando diventa oggetto di un'ideazione e poi inquilina pregiata dello spazio. Nel momento in cui ha sentito la necessità di riconciliarsi "con il mondo esteriore”, Tagliazucchi ha messo sul trono del suo estro creativo il concetto di "Armonia", come la concepiva Dionigi d'Alicarnasso, cioè sintesi mentale, e aggiungerei, coordinata in ogni istante con un sofferto quanto consapevole criterio tecnico. Cercare armonia per Tagliazucchi è recuperare una poetica delle proporzioni a "sua" misura, a misura cioè della sua sensibilità e del suo percepire individuale della "bellezza", di quella più vicina e ovviamente più difficile da eternare. La ragione prima dell'armonia per Tagliazucchi è ben leggibile nel disegno rapido (preparatorio ma subito autonomo dal possibile successivo esito plastico) quando presuppone una forte fedeltà all'intuizione; è ancor più leggibile nel percorso del suo scolpire quando entra nella sfera dominante della concertazione fra morbidezze e ricercate angolazioni. E' una "fatica" la sua - così non può non essere - accanitamente voluta e praticata, direi inevitabile in lui ed entusiasmante e quindi prefazione al progetto realizzativo. E poi Tagliazucchi mai intende aggredire o ferire la materia scelta per i suoi messaggi: è facile, infatti, secondo me, percepire l'amore con cui scolpisce proprio perché rende evidente, comprensibile, il suo programma di conquiste formali nobilmente e robustamente liriche. E qui dobbiamo intenderci, anche con il suo "aiuto estetico” ove parla di "noveau romantisme", sulla sua volontà nuova, accanita e permanente, di fermare ed esaltare le ritmiche forme tramite un radicato, ineludibile, "sentimento dello spazio". Quando decide di calarsi nella stanza segreta, nella privacy, del mezzo plastico, Tagliazucchi sa a priori che ne ricaverà - e ce li proporrà con legittimo e del tutto approvabile orgoglio d'artista - momenti inediti, storici, umani, estranei - proprio perché figli del sentimento dello spazio - a codici, ad abitudini dogmatiche, a normative bloccanti. Facciamo un esempio: quando ci si trova dinanzi al suo "Christ de Alleray" (1987) è inevitabile una suggestione nuova, proprio perché quell'immagine - così intensamente e variamente glorificata da migliaia di scultori e pittori di tutti i tempi - nasce da un umanesimo soggettivo, intenso davvero, direi anche da una religiosità laica ricca e coraggiosa. Non occorre, per Tagliazucchi, perdersi in descrizioni: meglio scegliere la strettoia (che in lui diventerà prateria) dell'essenzialità, attraverso cui si evitano le "circostanze" dettagliate e si colgono invece, di un evento poi così eccezionale come la Crocifissione, le drammaticità più profonde, fra grida soffocate ed esaltazioni imperscrutabili. Se poi guardiamo attentamente altre opere ("Dance", per esempio) ci possiamo rendere conto della capacità di Tagliazucchi di innovare nel campo infinito, minato, degli equilibri plastici: non più soltanto l'orizzontalità piatta o le verticalità assolute, ma anche la "lateralità", che è poesia dello slancio, cioè di uno slancio veemente ed elegante, figlio d'impulsi vigorosi e responsabili. Uno scultore vero, Tagliazucchi, che ha raggiunto, con la rara ma sempre più esigibile etica della responsabilità, la capacità di esplorare nella materia, nel mezzo plastico, là ove si annidano imprevedibili ma sostanziali momenti d'armonizzazione, ad esempio tra incavi e luminosítà, tra piani e ritmi, tra misura e spontaneità (si vedano opere come "Sognando", “Nathalie". "Canapé", "David"), con il beneplacito sacrosanto di "Madame Poésie" e di "Mademoiselle Imagination". Au revoir, et merci beaucoup, maître Tagliazucchi, scultore di razza, governatore di nuove figurazioni plastiche.

Ferruccio Battolini Febbraio 2001

2005

Giovanna Riu

Critico d’arte
La Varenne

Prometeo — memoria, trasformazione e armonia

Nel bassorilievo in marmo dedicato al C.S.E Le Parc, Prometeo diventa una metafora scultorea della trasformazione: materia e spirito, distruzione e ricostruzione, finitezza e infinito.

«L’artista è colui che dà luce e libera le forme racchiuse nella materia.»

Fonte: Testo sul progetto «Prometeo», La Varenne, 5 marzo 2005.

Leggi il testo

Dalla separatezza della Shoah all’unità fra gli uomini. Unità ritrovabile attraverso una «cultura di pace» che tenda alla ricomposizione e all’armonia.

Questo è il senso di questo bozzetto per una scultura che vuole mostrare come la memoria — necessaria e doverosa — debba sottrarsi al mero racconto e sublimarsi nel coraggioso tentativo di liberarsi dall’egoismo insito nell’uomo, tendendo invece alla tolleranza dell’altro.

Prometeo, nell’apoteosi di colui che compie il sacrilego furto del fuoco per donarlo all’umanità, ma anche nel suo titanico incatenamento alla roccia del Caucaso, è un tema ricorrente nella scultura di Roberto Tagliazucchi.

Al di là del complesso semantico e simbolico incarnato da questa figura mitologica, umano e divino tendono reciprocamente a ricomporsi e compenetrarsi — finitezza e infinito, materia e spirito, distruzione e ricostruzione — in un destino comune di perpetua trasformazione volto al raggiungimento dell’armonia.

La scultura diventa la metafora privilegiata attraverso cui il mito di Prometeo può essere accolto e reso significativo.

L’artista, nel suo mito individuale, è colui che dà «luce» e «libera» le forme racchiuse — incatenate — nella materia, forme che l’intuizione ha già immaginato e colto.

Ma tutto questo resterebbe sogno, delirio e favola poetica se la qualità artistica e la padronanza non rendessero possibile una simile «rivelazione».

Il Prometeo di Roberto Tagliazucchi, aiutato dalla luce che definisce e dinamizza la forma e dall’intersezione di piani e linee di fuga spiraliformi che contribuiscono a caratterizzare lo spazio esterno, è una riuscita sintesi della tensione metafisica dell’umanità.

Giovanna RiuLa Varenne — 5 marzo 2005